di Patrizia Riello Pera, Padova, ITALY.

Cecilia Belmonte è una giovane che fugge dalla Spagna degli anni Venti dopo un atto estremo: un crimine involontario, conseguenza di una violenza subita, che la costringe a scomparire e a reinventarsi con un nome falso. Approda ad Orán, città algerina di origine araba ma sotto amministrazione francese, dove si mescola una comunità cosmopolita: europei —tra cui molti “pieds‑noirs” spagnoli—, arabi, ebrei, italiani.
Qui, la sopravvivenza la spinge ad affrontare condizioni durissime: lavori nelle piantagioni di tabacco, lavaggio di panni, fatiche domestiche, sfruttamento nelle fabbriche. Coinvolta in un incidente nella tabaquera Bastos, si ritrova sottomessa a un uomo odioso. Tuttavia, la sua determinazione diventa liberatoria: riesce a rialzarsi, costruirsi legami, trovare solidarietà femminile e, gradualmente, risalire la scala social. Prima dipendente, poi imprenditrice arriva a fondare con successo un’attività (ad esempio nel settore dei saponi).
L’arco temporale della storia si estende per tre decenni, attraversando eventi cruciali: la Guerra Civile spagnola, la Seconda Guerra mondiale nel Nord Africa, e infine la lotta per l’indipendenza dell’Algeria, culminata nel 1962. Il tessuto storico s’intreccia alla narrazione personale senza sopraffarla, conferendo profondità emotiva e contesto.
Infine, con l’indipendenza algerina, Cecilia è costretta a lasciare dietro di sé tutto ciò che ha costruito, aprendo una riflessione suggestiva sulla memoria, l’identità e la perdita.
Resilienza e femminilità reale
Maria Dueñas costruisce Cecilia non come un’eroina idealizzata, ma come una donna imperfetta, vulnerabile e tenace—una figura profondamente umana che cade e si rialza, che ama, teme, sbaglia e trova forza nell’interno e nella solidarietà femminile.
Un capitolo storico poco raccontato
La narrazione recupera la memoria di un fenomeno storico poco esplorato: la presenza degli “pieds‑noirs” spagnoli in Argelia, la vita nel contesto coloniale e la diaspora forzata dell’indipendenza. Dueñas, con fine sensibilità, illumina quegli anni come uno specchio delle tensioni e delle speranze mediterranee.
Uso efficace dell’ambientazione e del contesto
Orán non è solo sfondo, ma personaggio: la sua vita urbana, i mercati, l’odore del pane, i rumori del porto e del souk sono palpabili e fungono da cornice viva al percorso della protagonista.
Realismo emotivo e narrativa coinvolgente
Lo stile di Dueñas è evocativo ma sobrio. Le descrizioni non appesantiscono, la voce narrante parla con sincerità: si sente la fatica del lavoro, la speranza, la violenza e poi il corpo che si riprende, capace di rinascere.
Equilibrio tra storia e fiction
La scrittura mescola abilmente fatti storici —Guerra Civile, decennio coloniale, decolonizzazione— senza mai trasformarsi in manuale, ma facendo sì che la Storia risuoni nella vita quotidiana di Cecilia.
Conclusione
Por si un día volvemos è un’opera che risuona sul piano emotivo e storico. È una storia di fuga, ricostruzione, identità e memoria: attraverso una donna che si reinventa in un mondo che muta violentemente, María Dueñas offre una narrativa avvincente, calorosa e in cui lo sguardo femminile si fa ponte tra passato e presente.